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Giuseppe Travaglini (Università di Urbino) – Più università il motore dello sviluppo

Articolo pubblicato lunedì 8 gennaio 2018 dal supplemento Affari&Finanza di la Repubblica.

Più università il motore dello sviluppo

Alcune settimane fa, in un convegno sull’Università italiana nell’Europa di domani organizzato dal Miur a Roma, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha affermato che il Paese ha bisogno di più università. Un’affermazione nuova, in controtendenza rispetto alle vulgate degli ultimi anni secondo cui la cultura sarebbe un “lusso” e il numero degli Atenei italiani addirittura “eccessivo”.

Il sapere e la ricerca sono il motore della crescita economica, oltre che di quella culturale e sociale di ogni cittadino. E le risorse che un Paese destina alla filiera della conoscenza sono il segnale più inequivocabile della sua volontà di investire nel futuro.

Ma qual è il quadro attuale? Il sistema universitario italiano è composto da 67 università statali, 19 non statali e 11 telematiche. Se lo raffrontiamo con il Regno Unito emerge una sproporzione a nostro svantaggio, tra due nazioni comparabili per numero di abitanti: 97 università in Italia contro le 161 anglosassoni. Ma anche per quanto riguarda il corpo docente e il personale amministrativo, il rapporto è sbilanciato: in Italia i docenti sono 56.480 contro i 185.580 inglesi, e il personale amministrativo in Italia è pari a 61.636 unità contro le 196.935 del Regno Unito. Insomma, un capitale umano britannico almeno tre volte superiore al nostro. E per l’Italia un deficit che toglie carburante al nostro sistema formativo superiore. E ai suoi fallout economici per innovazione e competitività.

Questo deficit è stato ricordato dal Rettore dell’Università di Urbino Vilberto Stocchi, in occasione dell’apertura dell’anno accademico. Non c’è da sorprendersi se la percentuale dei laureati italiani è inferiore alla media dei Paesi economicamente più avanzati. Non solo. L’ultimo rapporto Ocse ha evidenziato che in Italia soltanto il 18% dei 25-64enni è laureato, mentre la media Ocse è due volte più elevata. Inoltre figuriamo all’ultimo posto fra tutti i Paesi europei nella fascia dei laureati tra i 25 e i 34 anni (24,2% contro una media Ue del 37,3).

Eppure, a fronte di queste criticità la ricerca italiana a livello internazionale, si colloca ai primi posti per numero di pubblicazioni scientifiche e per citazioni. Con punte di eccellenza (si pensi al tema delle Onde gravitazionali). Nel confronto Ocse con i principali paesi europei, i ricercatori italiani hanno il più alto tasso di produttività (800 articoli ogni 1.000 ricercatori, contro i 450 della media europea) e il maggior numero di citazioni (1.800 contro 1.450 della media europea). E tali dati appaiono ancora più sorprendenti se si osserva che l’età media di ingresso di un ricercatore è addirittura di 39 anni. E quella dei professori ordinari è di ben 58 anni.

I dati del Miur illustrano gli sforzi fatti dal sistema universitario per migliorare la ricerca e i piani formativi. Tuttavia, questi avanzamenti sono avvenuti in un contesto che ha visto dal 2009 un significativo taglio delle risorse. Come ha rilevato la Corte dei Conti, il Fondo per il finanziamento ordinario delle università è stato ridotto dell’11% negli ultimi 7 anni, con un taglio di 800 milioni. E ammonta appena allo 0,42% del Pil, contro l’1,5% di Francia e Germania. E tali risorse sono state commisurate al costo standard e alla quota premiale (anche per gli stipendi dei docenti). Con le performance degli Atenei divenute oggetto di valutazione (caso unico nella Pa) da parte di un’agenzia esterna, l’Anvur. Dal cui giudizio dipende parte delle risorse erogate alle università. Naturalmente, i tagli si sono abbattuti sulla spesa per la ricerca, sul rinnovamento della didattica e sul reclutamento dei giovani studiosi (fino a tre volte inferiori di numero a quelli di paesi come la Germania), valorizzati invece presso le istituzioni estere dopo essere stati però formati in Italia.

Insomma, un quadro di trasformazioni, con taglio delle risorse e restringimento dell’autonomia universitaria. Eppure, come è stato detto, il Paese ha bisogno di università. Ed è bene che la politica e la società civile prendano coscienza di questa necessità, perché oggi serve davvero più università. Serve al Paese perché la sfida del lavoro si gioca sulla qualità della formazione. Serve alle imprese perché la competizione è nell’innovazione. Serve alle università perché la conoscenza è nella ricerca. E serve ai nostri giovani, perché una formazione superiore e qualificata rende più duttili alle continue trasformazioni di tecnologia e globalizzazione, e contribuisce a configurare i nuovi orizzonti.

Perciò, abbiamo bisogno di più università. Poiché l’investimento nel sapere non è l’appendice ma è premessa per ogni idea di sviluppo. E garanzia del libero fluire delle idee in tutte le aree del sapere. A patto però che la politica e la società siano disposte a riconoscerne importanza e valore.

Stefano Semplici (Università di Tor Vergata) – Concorsi truccati, non sarà l’Autorità anti corruzione a salvare l’università

Articolo pubblicato lunedì 2 ottobre 2017 dal sito di Il Corriere della Sera.

Concorsi truccati, non sarà l’Autorità anti corruzione a salvare l’università

Stefano Semplici, docente di Etica sociale a Tor Vergata: «Meglio sarebbe un sistema basato su controlli ex post: se i nuovi docenti non portano risultati, chi li ha promossi deve subire un taglio delle risorse»

Qualche mese fa sono stato sorteggiato come commissario per una procedura valutativa. Si trattava di un «concorso» particolare, riservato (a norma di legge) ai ricercatori in servizio presso l’università che lo bandiva e in possesso della abilitazione scientifica nazionale. In buona sostanza: un avanzamento di carriera, che si potrebbe garantire a chi lo merita in modo molto più semplice e rapido. Avendo letto (e commentato in un articolo) la Delibera n. 209/2017 dell’Autorità nazionale anticorruzione che già si occupava di questo tema e avendo seri dubbi sul modo di interpretarla, mi sono attenuto scrupolosamente a quanto in essa indicato: ho dichiarato all’Amministrazione dell’ateneo interessato i «rapporti a qualsiasi titolo intercorsi o in essere» con l’unico candidato. La responsabile del procedimento, con una decisione che considero ineccepibile, mi ha invitato a dimettermi, cosa che ho fatto immediatamente. Sono stato prontamente sostituito e il ricercatore in questione è adesso in attesa della meritata «presa di servizio» come professore associato.

Non ero parente del candidato. Non esisteva fra noi – cito sempre la Delibera dell’ANAC – una «comunione di interessi economici o di vita» che presentasse i caratteri di sistematicità, stabilità, continuità propri di un «sodalizio professionale». Non avevo firmato insieme a lui oltre il novanta per cento delle pubblicazioni presentate, per richiamare l’esempio contenuto nella bozza dell’Aggiornamento 2017 al Piano Nazionale Anticorruzione che dedica ampio spazio all’università e che è stata oggetto di una consultazione pubblica da poco conclusa. Il candidato, infine, non era neppure mio allievo e lavorava in un’università diversa dalla mia. Ma ci sono altri tipi di rapporto che possono mettere a rischio l’indipendenza e l’obiettività del giudizio o far comunque temere tale possibilità e che per questo mi è sembrato doveroso dichiarare.

Tutti coloro che hanno l’onore e il privilegio di fare il mio mestiere sanno che il «legame» più forte, tanto che per parlarne viene spesso utilizzato proprio il vocabolario delle relazioni familiari, è quello che si crea nel rapporto fra un «maestro» e i suoi allievi, che con lui e dopo di lui arrivano in molti casi a costruire una «scuola». Il lavoro accademico è impensabile senza questo rapporto. Ma è semplicemente impossibile immaginare che non si creino così «relazioni personali» che possono condizionare un commissario nel momento in cui si trova a giudicare appunto i suoi insieme agli altri. E spingere tutti a «non fidarsi» di quello che potrebbero fare i colleghi. Io e il candidato siamo stati, in anni diversi, allievi dello stesso maestro e dopo la sua prematura scomparsa abbiamo cercato insieme ad altri di custodire l’eredità del suo pensiero e delle tante e importanti attività scientifiche da lui promosse. Se ci fossero stati altri candidati, non si sarebbero sentiti rassicurati dalla constatazione che non siamo avvocati o ingegneri che lavorano nello stesso studio professionale.

«La cooptazione – lo ha ribadito Raffaele Cantone in un’intervista di pochi giorni fa – non è un male in sé, non lo sono le scuole, non lo è certo il rapporto docente-allievo». Il problema è quello della giustizia dei concorsi, da assicurare «sulla base del merito». Si è cercato di risolverlo trasformando il merito in numeri (i misteriosi algoritmi dell’ANVUR) e imponendo una rete di regole sempre più complessa, dettagliata e opprimente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. E quel che è stato possibile fare nel mio caso per una procedura locale, oltretutto sforzandosi di interpretare indicazioni tutt’altro che chiare, diventerebbe semplicemente impossibile per una commissione di abilitazione nazionale. Si otterrebbe la paralisi e non la salvezza del sistema.

La via breve dei numeri e delle regole è utile per evitare che possa diventare ordinario chi non ha scritto nulla o che una cattedra, in qualche dipartimento, si trasmetta di padre in figlio. Il taglio necessariamente netto di una norma giuridicamente vincolante deve tuttavia fermarsi a un certo punto, come accade per i gradi di parentela. E devono comunque essere ridotti al minimo, se non si vuole aumentare anziché ridurre il contenzioso, i margini di discrezionalità su quel che si deve dichiarare e quel che deve essere considerato rilevante per far scattare una incompatibilità, trovando un punto di equilibrio che valga senza equivoci per tutti. Questo non basterà probabilmente a risolvere il problema delle tante e diverse ragioni per le quali ci possiamo trovare in una situazione di conflitto di interessi e che siamo magari i soli a conoscere, a partire da quelle indissolubilmente e virtuosamente legate alla natura dell’attività scientifica e accademica. Senza dimenticare che le «inimicizie», non meno delle «fratellanze», possono creare condizionamenti insidiosi.

Per questo occorre lavorare sulla via lunga di un’etica personale e collettiva che allarghi gli spazi di un’astensione facoltativa praticabile senza timore e sensi di colpa per la possibile penalizzazione di chi ci è vicino e costringa chi cede alla tentazione di indebiti favoritismi nell’angolo della vergogna e dell’emarginazione: pochi numeri, le regole indispensabili (ovviamente fatte rispettare con rigore) e sempre la «faccia» ben riconoscibile di chi affida a qualcuno la responsabilità di diventare professore. Controlli e verifiche puntuali sull’attività e i risultati ottenuti dai nuovi docenti e ricercatori, più «visibili» e anche più incisivi nei loro effetti di quelli che già sono stati introdotti, devono rendere chiaro a tutti che i commissari e i dipartimenti che promuovono chi non lo merita non avranno per sempre le risorse per continuare a sbagliare.

Su questo molti sono ormai d’accordo. Così come sulla impossibilità di una politica del merito che si fondi non sulla retorica di circostanza ma sulla disponibilità di finanziamenti che almeno si avvicinino a quelli messi a disposizione del sistema universitario in altri paesi. Si continua invece a parlare troppo poco, purtroppo, della necessaria opera di disboscamento delle anomalie e iniquità che si traducono in altrettante distorsioni dello stesso criterio meritocratico. Un esempio per tutti: è illegittima l’aspettativa di chi, dopo essersi impegnato per anni e spesso gratuitamente attendendo il suo momento, con carichi importanti di didattica, esami, ricerca e perfino organizzativi, si considera un «precario» che dovrebbe vedere infine riconosciuta la qualità del suo lavoro? Chi non ce la fa a rispondere con un «sì» netto deve avere il coraggio di pretendere l’azzeramento di queste situazioni e non contribuire in alcun modo al loro mantenimento, neppure con l’argomento che altrimenti «si chiude». È meglio chiudere, costringendo finalmente chi ci governa ad assumersi la responsabilità di quanto sta accadendo, che sfruttare le doti, le speranze e la passione dei tanti giovani la cui dignità è oggi più a rischio di quella dei loro professori.