Pubblicare a tutti i costi

Articolo di David Larousserie (Le Monde) e Pascaline Minet (Le Temps) pubblicato nel numero 1242 (8 febbraio 2018) di Internazionale.

Pubblicare a tutti i costi

La carriera dei ricercatori dipende da quanti articoli riescono a far uscire. Ma questa pressione finisce per danneggiare la qualità e l’accessibilità dei loro lavori

A chi appartiene la conoscenza scientifica? Ai ricercatori che la producono o ai cittadini che la finanziano con le imposte? A nessuno dei due. Di fatto la conoscenza scientifica è di proprietà degli editori, che pubblicano i risultati delle ricerche sulle riviste specializzate e vigilano gelosamente sulla loro diffusione. Ma nonostante le critiche a questo sistema, i modelli alternativi faticano a imporsi.

Di solito le riviste specializzate che pubblicano gli studi scientifici finanziano il loro lavoro con gli abbonamenti. Il problema è che questo modello riduce molto l’accesso alle conoscenze. “A volte non posso leggere un articolo interessante perché è stato pubblicato su una rivista a cui la mia università non è abbonata. E per i ricercatori dei paesi meno ricchi è anche peggio. Per non parlare di tutte le altre persone a cui potrebbero interessare questi studi ma non possono accedervi: insegnanti, fondatori di startup, operatori delle ong e così via”, afferma Marc Robinson-Rechavi, un ricercatore di bioinformatica dell’università di Losanna.

Inoltre il sistema attuale è troppo costoso. “I contribuenti pagano tre volte per ogni articolo scientifico. Prima di tutto con lo stipendio dello studioso che conduce una ricerca, poi abbonandosi alle riviste e infine per rendere accessibile a tutti il contenuto dell’articolo”, attacca Martin Vetterli, presidente del Politecnico federale di Losanna. Secondo la Ligue des bibliothèques européennes de recherche (Liber) ogni anno le spese per le biblioteche aumentano in media dell’8 per cento.

Quello delle pubblicazioni scientifiche è un affare molto redditizio per i giganti del settore, gli editori Elsevier, Springer Nature e Wiley, i cui margini di profitto superano spesso il 30 per cento in un mercato che vale quasi 30 miliardi di dollari (25 miliardi di euro).

Una ventina d’anni fa però è apparso un modello alternativo, quello dell’open access (accesso libero). Spesso l’istituzione scientifica per cui lavora un ricercatore paga una volta sola le spese editoriali e di diffusione di un articolo, dopodiché il testo è consultabile gratuitamente. Ormai esistono molte riviste ad accesso libero. Alcune sono note per la qualità del loro lavoro, come la statunitense Public library of science (Plos), che pubblica sette riviste scientifiche senza fini di lucro. I costi di pubblicazione sono molto variabili e oscillano in media tra mille e cinquemila euro. Questo modello editoriale non impedisce quindi all’editore di ottenere dei profitti. Eppure oggi solo il 30 per cento circa degli articoli è liberamente accessibile. Secondo Robinson-Rechavi, questo mezzo fallimento si spiega con il conservatorismo dell’ambiente: “Per fare carriera le riviste blasonate contano di più. Ci vorrebbe un cambio di mentalità”.

La rivolta delle università

La Commissione europea ha stabilito che entro il 2020 tutti gli studi pubblicati dagli scienziati che ricevono finanziamenti europei dovranno essere accessibili a tutti. “Anche in Francia si va verso un rafforzamento delle pubblicazioni ad accesso libero”, afferma Marin Dacos, responsabile di un progetto sulla scienza aperta promosso dal ministero francese dell’insegnamento superiore, della ricerca e dell’innovazione.

Alcune istituzioni scientifiche si sono lanciate in una vera e propria guerra. In Germania, per esempio, decine di università e biblioteche hanno avviato un braccio di ferro con il gigante olandese Elsevier per ottenere migliori condizioni di accesso agli articoli pubblicati dai loro stessi ricercatori. Grazie a una strategia del genere l’associazione delle università olandesi ha ottenuto delle concessioni da Elsevier. Anche in Finlandia e a Taiwan ci sono state iniziative simili.

Non è un caso se questa protesta è cominciata proprio adesso. Oltre alla frustrazione per una situazione che dura da tempo, ha avuto grande importanza la comparsa del sito pirata sci-hub.tw nel 2011. Il sito, con sede in Russia, offre l’accesso gratuito a decine di migliaia di studi e libri scientifici. Una pratica illegale, che a giugno è stata condannata negli Stati Uniti in seguito a una denuncia di Elsevier, ma che garantisce ai ricercatori l’accesso a gran parte della letteratura scientifica a prescindere dal risultato delle trattative con le case editrici.

Ma c’è anche chi approfitta del movimento open access per arricchirsi, creando riviste solo apparentemente serie. Le retribuzioni sono ragionevoli e il ricercatore si lascia convincere, ma in realtà la rivista non esiste oppure è molto meno seria e rispettata di quanto afferma. Secondo uno studio pubblicato nel 2015 da Bmc Medicine, questi giornali, detti “predatori”, sono circa ottomila e pubblicano 400mila articoli all’anno.

Stiamo arrivando a un punto di svolta? Vetterli pensa di sì: “Il monopolio degli editori tradizionali è destinato a finire, con l’esclusione forse di riviste prestigiose come Science e Nature, apprezzate anche per il loro lavoro di selezione”. Anche Marin Dacos è ottimista ed evoca nuovi modelli, in base ai quali gli autori o le loro istituzioni non dovranno più pagare le spese di pubblicazione degli articoli grazie a una forma di finanziamento partecipativo che coinvolga le biblioteche.

È quello che fa dal 2015 l’Open library of humanities, che pubblica 19 riviste di scienze umane e sociali. Ed è anche la via scelta da un gruppo di matematici che l’estate scorsa, dopo essersi dimessi da una testata del gruppo Springer, hanno lanciato Algebraic combinatorics.

La nuova pubblicazione segue i princìpi della Fair open access alliance: “Libero accesso agli articoli, nessun costo di pubblicazione per gli autori, no alla cessione dei diritti d’autore all’editore e così via”, spiega Benoit Kloeckner, professore di matematica all’università Paris-Est e coautore di questa carta insieme a un gruppo di colleghi. “Per ora è l’unica rivista a seguire questi princìpi, ma dimostreremo che il sistema può funzionare”.

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