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Risposta di Francesco Sinopoli sulla contrattualizzazione della docenza universitaria

Articolo pubblicato venerdì 13 ottobre 2017 sul sito di Roars.

Risposta di Francesco Sinopoli sulla contrattualizzazione della docenza universitaria

Caro Carlo,

la mia impressione è che condividiamo un’analisi ed un obbiettivo di fondo.

L’analisi che da decenni l’università italiana è soggetta ad un processo di trasformazione, che la sta smantellando, volto a piegarla alle esigenze del sistema produttivo introducendo ideologicamente nella sua struttura principi di funzionamento aziendali, differenziando e mettendo in competizione tra loro gli Atenei.

L’obbiettivo di contrastare questo processo, difendendo un’università pubblica, di massa, libera e democratica, in grado di ricoprire una funzione sociale più complessiva, volta a garantire i diritti di tutti e anche ridurre le disuguaglianze presenti nel paese.

Questa condivisione non è poco, soprattutto in un periodo storico come questo, e mi sembra importante sottolinearlo.

Io penso anche che il 2010, l’approvazione della Legge Gelmini, abbia rappresentato uno spartiacque. Quella legge è stata contrastata da un grande, e articolato, movimento universitario. Un movimento di studenti, docenti, personale tecnico amministrativo. Nelle piazze, sui tetti e persino con degli scioperi. La FLC è stata parte di quel movimento, e lo rivendica pienamente. Quella lotta però l’abbiamo persa, lo sappiamo, e questa sconfitta ha avuto delle conseguenze.

In primo luogo, l’università ha definitivamente superato il modello parzialmente democratico della 382 del 1980. Certo, un modello imperfetto e problematico, che separava in “ruoli” la docenza universitaria, ma che aveva portato in Università elementi partecipativi e di trasparenza, imposti dal lungo ciclo delle lotte degli anni settanta. Con quel modello si era provato a superare l’Università elitaria e piramidalizzata precedente, fatta di cattedre, precariato strutturale quasi servile (gli assistenti), Istituti e Facoltà senza gestioni collettive. La legge Gelmini, da questo punto di vista, non ha semplicemente “spostato il peso decisionale dalla docenza all’amministrazione”. Ha strutturato invece nuove gerarchie negli atenei, nel quadro competitivo impostato dalle precedenti “riforme”. In tal modo ha prodotto nuove gerarchie interne che ha imposto a tutte le sue componenti. Certo, abbiamo visto il Direttore Generale, con le sue nuove prerogative, anche Statutarie. Ma anche i nuovi poteri e compiti dei Rettori, che vengono pure tendenzialmente autonomizzati dalla propria base di riferimento (con un unico mandato di sei anni). E organi accademici (Senati e Consigli) spesso non più o non solo semplicemente elettivi. L’Università non è un mondo in cui si confrontano paritariamente le sue componenti costitutive (docenti, studenti, personale tecnico amministrativo) e al loro interno sono state rafforzate precise gerarchie di potere, consolidando un modello piramidale di comando e controllo.

Io credo che dobbiamo riconoscere che il mondo universitario, e la docenza in particolare, non è stato semplicemente un soggetto passivo di un’aggressione esterna (la Politica, le Leggi, l’Impresa, l’Economia, e magari che so, anche i Sindacati). Se una parte di questo mondo si è opposta, nelle piazze e sui tetti, alla legge Gelmini, un’altra parte invece l’ha sostenuta, ed ha persino contribuito a scrivere questa Legge. E una parte, forse maggioritaria, ha ignorato quanto stava accadendo. L’ANVUR (diretto da docenti universitari) si è nel tempo mostrato sempre più pervasivo e decisivo nel dettare, nei fatti, gli orientamenti di ricerca da seguire, quindi limitando la libertà di ricerca e l’autonomia gestionale e didattica delle strutture. Qui sì, e per davvero, si è violentata la libertà di ricerca e si è piegata alla decisione di pochi l’offerta formativa degli atenei.

In questi anni quindi la differenziazione competitiva tra gli Atenei e dentro gli Atenei non è stata solo promossa da MIUR e ANVUR, ma è stata anche accolta e sostenuta da una parte significativa del corpo accademico. In questo contesto vediamo oggi prodotti mille e mille regolamenti di Ateneo, tutti comunque proposti e approvati dai propri organi accademici (anche quelli elettivi) che hanno differenziato diritti e condizioni di lavoro nelle Università. Ed ogni volta che al CUN, o negli incontri che abbiamo organizzato o a cui abbiamo partecipato, si sono chiesti principi e linee guida comuni, per garantire un minimo di uniformità, Rettori e CRUI (non il MIUR o la Politica), hanno rivendicato piena autonomia ed autogestione, a garanzia “della qualità”, del “merito”, della “governance”.

Mi pare allora che lo stato giuridico non sia più in grado di fare da barriera e di difendere la libertà di ricerca e docenza. Perché ogni Ateneo ha avuto mano libera nello stabilire compiti e mansioni. Ore di didattica obbligatoria, giorni di presenza in Ateneo, obbiettivi minimi per aver diritto a fondi di ricerca, mansioni istituzionali e di servizio da ricoprire. Compiti e orari che oggi quindi non sono più “flessibili”, in ragione delle necessità dei settori di ricerca, ma sono semplicemente diversi sulla base delle differenti esigenze, e amministrative e di bilancio dei 97 Atenei italiani. Nessuna flessibilità: solo 97 diversi rapporti di lavoro.

Per questo mi è parso necessario aprire questa discussione, rompere la tranquillità dello stagno di uno Statuto giuridico astratto, che si concretizza in 97 rapporti di lavoro differenti.

E voglio anche sgombrare il campo dall’idea poco fondata che l’unica possibilità di recepire il dettato costituzionale dell’autonomia e della libertà di insegnamento e ricerca sia quella di disegnare un regime di diritto pubblico per il rapporto di lavoro della docenza universitaria. Su queste questioni penso sia quindi fondamentale continuare a confrontarsi, senza preclusioni o tabù. Ciò che a mio parere è mutato velocemente negli anni della crisi è il modo in cui la funzione regolativa dello Stato interpreta il ruolo sociale dell’Università. Lo stato giuridico oggi mostra i propri limiti proprio perché è entrato in crisi il legame tra l’autonomia del sistema universitario e la sua tradizionale rappresentanza politico-legislativa. Dentro questa crisi i processi di ri-centralizzazione della così detta nuova governance universitaria hanno generata la forte riduzione dell’autonomia statutaria i cui effetti sono a tutti noi evidenti, e l’allargamento del potere direttivo e di governo delle amministrazioni.

In questo quadro, è sempre bene ricordarlo, una parte dei docenti (circa il 10%) è già contrattualizzata. E temo che questa quota crescerà nel tempo. Ai ricercatori a tempo determinato (tipo A e tipo B) sono infatti applicati contratti subordinati di lavoro, individuali e regolamentati da ogni Ateneo. Con enormi differenze tra Ateneo e Ateneo.

In questo quadro si pone la necessità, secondo noi, di ricostruire regole minime comuni. Credo si debba considerare l’eventualità che custodire senza possibilità di messa a critica, l’idea di stato giuridico come assoluto elemento distintivo della specificità del ruolo della docenza universitaria possa toglierci strumenti di avanzamento utili. In primis quello di poter organizzare uno spazio dialettico generale e inclusivo quale è il contratto collettivo, in grado di limitare l’arbitrio della regolazione per legge. Vorrei dirlo con chiarezza, è il precariato universitario l’elemento principale da cui dovremmo partire per questo ragionamento e provare a sperimentare soluzioni nuove.

Da questo punto di vista, vorrei evitare ogni possibile dietrologia. Credo che non le opinioni, ma la storia di questi anni abbia abbondantemente dimostrato che i “governi amici”, come le “complicità” determinate da precedenti appartenenze, non esistono proprio più (se anche fossero esistite in passato). Nella propria discussione, nella definizione della propria linea, la FLC è pienamente autonoma. Dico di più, anche sul merito della questione. Non credo proprio che in questo governo, come nelle forze che stanno conducendo i processi competitivi in università, ci sia nessuna reale voglia di contrattualizzare. Non ne hanno nessun bisogno.

Dentro l’attuale quadro dello stato giuridico, svuotato di senso da una Legge ed una prassi che permettono ad ogni Ateneo di regolare liberamente e competitivamente anche il rapporto di lavoro di professori e ricercatori, nessuno ha bisogno di un contratto per differenziare il lavoro docente. Basta invece lasciar andar le cose come stanno andando. Tanto persino sullo stipendio si sta producendo una progressiva differenziazione “per merito”: gli scatti di anzianità sono oggi attribuiti per valutazione, sulla base di criteri liberamente stabiliti Ateneo per Ateneo. Se guardiamo i regolamenti approvati, qui gli organi accademici di ogni Ateneo mostrano di aver pienamente utilizzato questa libertà. Se prendiamo in considerazione anche solo l’inattività della ricerca (uno dei 3 parametri previsti dalla legge), nei prossimi anni è probabile che gli incrementi stipendiali non saranno attribuiti a circa il 10% dei docenti. I soldi “risparmiati”, attraverso incentivi, saranno quindi distribuiti ad altri docenti di quegli Atenei particolarmente “e diversamente” meritevoli. Nel giro di pochi anni, si rischia che un quinto dei docenti in ruolo abbiano quote stipendiali differenziate per merito, senza nessuna regola nazionale uniforme. Ed in questo quadro, basterà ad un organo accademico cambiare una soglia, unilateralmente e con una semplice delibera, per alzare anche significativamente questa percentuale. Non serve, allora, un contratto per differenziare il lavoro docente. Piuttosto in questi anni abbiamo visto proporre lo stato giuridico per i docenti della scuola o per i ricercatori degli enti, proprio per rompere quella mediazione organizzata che il contratto collettivo rende possibile.

E’ altro quello di cui oggi hanno bisogno i soggetti e le forze che vogliono affermare questo processo competitivo nelle università. Hanno cioè la necessità di render ancor più competitivo il contesto, rompendo alcune barriere che in questi trent’anni hanno faticosamente retto, grazie anche alle lotte ed alla mobilitazione di studenti, docenti, precari e personale tecnico amministrativo: il valore giuridico del titolo di studio (cioè un ordinamento didattico nazionale uniforme), il profilo pubblico degli Atenei, la prevalenza delle risorse centrali nel loro funzionamento, un diritto allo studio basato su risorse pubbliche. Su questi elementi, come sulla necessità che anche tu sottolinei di rifinanziare il sistema universitario nazionale, di garantire un vero diritto allo studio e di dare avvio ad un piano straordinario di reclutamento, si gioca la resistenza ed il rilancio dell’università pubblica e di massa nel nostro paese.

Per questo, proprio nelle scioperi e nelle proteste di queste settimane, abbiamo sostenuta la necessità di una piattaforma ed una lotta complessiva, su scatti, risorse, difesa dell’università in tutte le sue componenti, a partire proprio dal precariato.

Intendiamoci. Né stato giuridico, né contrattualizzazione, in sé sono una risposta. Ciò che a noi interessa, valutando l’una e l’altra opzione, è sviluppare collettivamente degli strumenti più adeguati per rispondere alla crisi in corso nell’università. Ne abbiamo discusso pubblicamente in un seminario di confronto, qualche settimana fa. La dialettica tra le diverse posizioni sulla contrattualizzazione è ben emersa durante i lavori del seminario. Come potrai ascoltare, le prese di posizione sono state tutte problematiche, aperte, e hanno mostrato quanto ampi siano i problemi legati tanto alla tenuta dello stato giuridico, quanto all’introduzione di un regime nazionale di contrattualizzazione. Ma ci hanno permesso di porre in discussione il “lavoro docente” e la docenza come lavoro. Questo è oggi il nostro intento.

Il tema da porsi, nel nuovo panorama definito dalla Legge Gelmini, è come resistere ed invertire queste processi. Allora la proposta che ho lanciato intendeva propria aprire il confronto e la discussione tra noi, rendendo esplicite differenze e problemi che sono rimasti per anni silenziati. Una discussione fra noi, in FLC e nel mondo universitario, che non è chiusa. Nei prossimi mesi la porteremo avanti in assemblee e incontri, nei territori e nei diversi Atenei. A fine novembre terremo, nell’Università di Cosenza, un’assemblea nazionale in cui come FLC CGIL ci confronteremo con soggetti istituzionali e territoriali su cosa e come cambiare nelle università. Poi faremo un bilancio, di tutto questo percorso, delle diverse voci e delle diverse opinioni che avremo raccolto, dentro e fuori di noi. Ed il prossimo anno avremo anche un congresso, in cui abbiamo anche occasione di definire, discutere e far votare a tutti i nostri iscritti la nostra linea e la nostra proposta sull’università. Apertamente e democraticamente, come sempre abbiamo fatto nella nostra storia. Un percorso che credo possa esser utile non solo alla FLC, ma anche alla ripresa di una resistenza diffusa in tutti gli Atenei, per un’università pubblica, democratica e di massa.

Carlo Spagnolo (Università di Bari) – Lettera aperta a Francesco Sinopoli sulla contrattualizzazione della docenza universitaria

Articolo pubblicato mercoledì 11 ottobre 2017 sul sito di Roars.

Lettera aperta a Francesco Sinopoli sulla contrattualizzazione della docenza universitaria

Caro Sinopoli,

le questioni sollevate dal tuo intervento su “Huffington Post” del 1 settembre sulla contrattualizzazione della docenza universitaria meriterebbero una discussione ben più articolata di quanto sia possibile in una breve nota, in quanto alludono alla radicalità dei cambiamenti in corso nella funzione pubblica e nella Università, senza peraltro affrontarle fino in fondo.

Non hai torto quando rilevi che le retribuzioni e le condizioni di lavoro dei docenti universitari e del personale amministrativo sono drasticamente peggiorate non soltanto per i tagli delle risorse ma anche per le novità introdotte dalla legge “Gelmini” del 2010.  Tuttavia il problema non è riducibile ad “una legge che lascia ai singoli atenei la regolamentazione dell’organizzazione del lavoro” e tanto meno ad  uno “stato giuridico (…) declinato nei regolamenti con condizioni, orari e compiti diversi ateneo per ateneo. Un unico stato giuridico, ma 97 rapporti di lavoro diversi.”

La richiesta di contrattualizzazione della docenza appare figlia di una impostazione giuslavoristica che tiene poco conto del valore pubblico del sapere: si tratterebbe della risposta sbagliata ad un problema vero.  Capisco l’argomento tattico secondo cui la contrattualizzazione renderebbe più forte una categoria frammentata, ma vedo prevalere i rischi strategici di introiettare l’attuale assetto “aziendale” degli atenei: non si asseconderebbe così la tendenza ad una privatizzazione dei saperi?  Se la sentirebbe la FLC di assumersi la responsabilità storica di abbattere il principale baluardo dell’indipendenza dei docenti, per consegnarli definitivamente a soffocanti logiche corporative?

Perché la proposta non convince? Bisogna allargare il campo di analisi, e ricordare che la legge Gelmini completa un percorso di trasformazione dell’università avviato a livello europeo nel lontano 1988 col “processo di Bologna” a cui ha fatto seguito nel 1993 la creazione del Fondo di finanziamento universitario (FFO). Da allora, governi di qualsiasi colore hanno accresciuto i compiti affidati alle università, gravandoli con la formazione professionale e la ricerca applicata senza investire sui nuovi ambiti e senza un progetto nazionale, risolvendo invece nel cosiddetto 3+2 una questione molto complessa, che attiene alla funzione della didattica nel sistema universitario e investe la formazione permanente dei cittadini.

Come ricorda Roberta Calvano, in un bell’intervento su Roars, la Costituzione affida all’università compiti alti quali la ricerca di base, l’alta formazione e la promozione della libertà di ricerca e di pensiero. Invece la legislazione dagli anni Novanta in poi chiede alle università di assumere un ruolo guida nella modernizzazione produttiva, nella formazione professionale e nella “terza missione”, ossia sul territorio. In altri paesi queste funzioni sono assolte da una pluralità di istituzioni, e trovano nelle imprese maggiore attenzione e risorse, in Italia si affida tutto all’università. Questo enorme passaggio, da due a quattro funzioni, ha effetti profondi di sovraccarico e polarizza settori e atenei, in base ai legami delle singole discipline col mercato del lavoro. Una transizione in sé forse necessaria ma non governata politicamente funziona sulla base di rapporti di forza territoriali. Col motto “senza oneri per lo Stato” si vorrebbe innovare senza investire. E come risolvere la quadra? Semplice, il genio italiano ha ideato i “premi” del FFO, che non sono aggiuntivi alle quote di base, come sarebbe logico, ma punitivi perché tolgono le quote di base ai poveri per dare i premi ai ricchi. Aggiungo di sfuggita che la competizione tra istituzioni pubbliche è un principio deleterio, in quanto le università non stanno sul mercato ma sul territorio e non possono muoversi liberamente come il capitale.  Scimmiottare il mercato porta a conseguenze su cui non insisto, e alla lunga sta svuotando il Mezzogiorno dei migliori giovani, i più dinamici e dotati di risorse se ne vanno e non torneranno. Si apre una volta di più una questione meridionale che dal settore primario e secondario si sposta oggi al terziario.

Il problema allora è come si debbano assolvere i compiti nuovi senza sacrificare la funzione pubblica dell’università. Il degrado della funzione sociale dell’università sta nella difficoltà per molti campi del sapere di trovare collocazione adeguata su un mercato inesistente. La parte della docenza che è direttamente collegata col mercato e con le professioni soffre poco dei tagli degli scatti che pesano invece su chi vive del solo stipendio. Tale spaccatura spiega in parte la peculiarità di una protesta che ha assunto addirittura la forma impropria dello sciopero, cosa mai avvenuta nella storia italiana.  Impropria, perché lo status giuridico del professore di ruolo è poco compatibile con lo sciopero: sarebbe bastato chiamarla protesta per praticarla, e se si è arrivati allo sciopero è segno di esasperazione per quella che tu giustamente chiami “perdita del valore sociale della ricerca”.

Si tratta di riprogettare il rapporto tra università e mercato, piuttosto che perdersi sul falso obiettivo della unificazione di un “comparto” che non è tale. Il vocabolario del tuo comunicato parla di mansioni, di compiti, e persino di salari invece che di stipendi: il postulato di fondo è che l’università sia assimilabile ad un istituto per la erogazione di crediti formativi, una azienda in cui tutelare i lavoratori significa ridurne gli orari e definirne i compiti. È vero che esiste una tendenza in atto in quel senso, ma è proprio quella che andrebbe combattuta.

Cosa è una università? Non te lo chiedi ed è invece questione decisiva. Storicamente, le università sono delle comunità di studi, tra pari, in cui i docenti e i discenti formano una “repubblica” dedita alla conoscenza. L’autonomia non è un problema da cancellare, è il cuore dell’università. L’unità di didattica e ricerca ne è la cifra e non si ingabbia in mansioni che attengono invece ai ruoli amministrativi a supporto delle due funzioni precedenti. Interpreti e protagonisti dell’università sono i docenti e i ricercatori assieme agli studenti, mentre le amministrazioni devono sostenerli e accompagnarli. La distinzione funzionale tra docenti e amministrazione – che il sindacato tende erroneamente a percepire come conflitto mentre il conflitto sta nella guerra tra poveri –  va salvaguardata nel rispetto reciproco. La riforma Gelmini ha invece spostato peso decisionale dalla docenza all’amministrazione, al punto che un direttore generale è meglio retribuito di un rettore e di un professore. Il carico burocratico dei processi di controllo interni, delle valutazioni e della ricerca di fondi sta svilendo la funzione intellettuale della ricerca. Perché il sindacato non interviene sulla qualità della modernizzazione dentro le università? Si apre qui il tema di come assicurare la qualità dei servizi e la dignità della retribuzione delle amministrazioni assieme alla libertà della docenza.

A mio avviso, e sarebbe un discorso lungo, l’autonomia si salvaguarda oggi con un progetto nazionale di investimento sulla ricerca, accompagnato da una più chiara distinzione tra percorsi professionalizzanti e percorsi di alta formazione culturale e di ricerca.

Al contrario, la contrattualizzazione favorirebbe la prevalenza della didattica professionalizzante sulla ricerca di base e così cancellerebbe gli spazi di libertà assicurati dalla legge. Segnalo due argomenti che mi paiono decisivi. Il primo è di principio: lo status giuridico pubblicistico e la progressione stipendiale definita a priori hanno sin qui assicurato una complessiva autonomia della ricerca,  la quale resta l’unica vera attrazione affinché i migliori cervelli guardino ancora all’università come un luogo per il quale possa valere la pena sacrificare anni di studio e di precariato. Le retribuzioni italiane, data un’età media di ingresso nei ruoli della docenza che supera i quarant’anni, sono diventate comparativamente basse; per chi è entrato dopo il 2001 le pensioni saranno addirittura penose. Possiamo andare avanti così senza determinare un crollo del livello culturale del paese, di cui già cogliamo tutti i segnali?

Il secondo, di carattere pratico, riguarda il significato possibile della contrattualizzazione in Italia. In presenza di una differenziazione marcata dei bilanci degli atenei, la contrattualizzazione riguarderebbe probabilmente soltanto le “mansioni”, imponendo condizioni uniformi di lavoro laddove invece la ricerca non si ingabbia in compiti e orari che è bene restino flessibili e diversi. Come assimilare i compiti e le presenze di un medico ospedaliero, un filosofo, un linguista e un fisico astronomico? Un buon ricercatore lavora soprattutto fuori dagli orari della didattica e delle prassi burocratiche, va all’estero, si aggiorna, va in biblioteca e in laboratorio. L’esito sarebbe o un eccesso di burocrazia o un eccesso di localismo. Non si possono trascurare le tradizioni del clientelismo che sconsigliano di emulare modelli inglesi di contrattazione in cui l’autonomia è assicurata da sistemi giuridici, retributivi e culture profondamente diversi.

Una proposta maturata senza consultazione coi tesserati e col mondo della docenza, a ridosso del primo “sciopero” autorganizzato, suona opportunista suo malgrado, quasi che il sindacato più importante del paese volesse cogliere la condizione di debolezza della docenza universitaria e la presenza di un ministro proveniente dalle sue fila per espandere la propria sfera di azione. Se il sindacato può e deve aspirare ad un ruolo più alto nell’Università, è nel rivendicare la centralità della formazione e della conoscenza per il futuro del lavoro e dei cittadini.

Spazi di iniziativa per rimodulare la tua proposta ci sarebbero nella unificazione delle figure precarie pre-ruolo, il diritto allo studio e il rilancio della ricerca come leva per il lavoro.

Se la FLC-CGIL, come voglio credere, ha la sensibilità per aprire un serio ed esteso confronto su questi terreni, e magari anche il coraggio di accantonare la proposta, sono convinto che molti ricercatori tornerebbero a pensare a partecipare e ad iscriversi. Altrimenti i pochi docenti tesserati della FLC, che come me avevano accolto con speranza la tua nomina, penserebbero a risparmiare i soldi del tesseramento, destinandoli magari a un fondo pensionistico.