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Massimo Villone (Università Federico II Napoli) – Regionalizzazione della scuola, qualcuno mente

Articolo pubblicato martedì 9 luglio 2019 da il manifesto.

Regionalizzazione della scuola, qualcuno mente

Per Bussetti il modello è il Trentino-Alto Adige. È l’esatto contrario dell’accordo firmato il 24 aprile con i sindacati, ma il ministro si limita a dire che «quando leggeranno le bozze di intesa si convinceranno»

Le pretese delle regioni secessioniste sulla scuola sono incompatibili con l’accordo del 24 aprile firmato da Conte e Bussetti con i maggiori sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda), a seguito del quale fu sospeso lo sciopero già indetto per il 17 maggio. Tuttavia, dopo il vertice di maggioranza sulla regionalizzazione filtrano notizie di un incontro costruttivo, salvo profili di finanziamento. Se ne riparlerà con Tria. Il governo straccia l’accordo? O qualcuno mente?

C’è un problema, e ha un nome: Bussetti. In una intervista al Corriere Venezia e Mestre del 7 luglio apre – per la scuola veneta – su tutti i fronti: ruoli del personale, concorsi, curricula, organizzazione e finalità del sistema scolastico. Dichiara che il modello è il Trentino-Alto Adige. È l’esatto contrario dell’accordo del 24 aprile, ma il ministro si limita a dire che i sindacati «quando leggeranno le bozze di intesa si convinceranno». Bussetti viene platealmente meno alla propria firma, e certo paga un prezzo politico alto. Evidentemente, pensa che ne valga la pena, perché la scuola è uno dei maggiori capitoli del regionalismo differenziato, per almeno due motivi.

Il primo. La scuola è la fucina dell’identità del paese. Il separatismo nordista in marcia vuole abbandonare definitivamente l’obiettivo di ridurre il divario Nord-Sud e di garantire l’eguaglianza dei diritti. Bisogna concentrare nel Nord le poche risorse disponibili e liberarlo dalla zavorra del Sud, perché almeno la parte del paese che ne è capace si agganci all’Europa dei più forti. Il resto si arrangi, ed anzi contribuisca con il proprio sangue per quel che può. È un neo-colonialismo a uso interno, un cambio violento del paradigma costituzionale originario, che impone di costruire un fondamento culturale nuovo, non più unitario e nazionale. È questo il cruciale compito della scuola regionalizzata.

Il secondo motivo. La scuola è una realtà politicamente appetibile. Quale governatore o assessore si farebbe sfuggire la possibilità di gestire decine di migliaia di docenti, strumenti efficaci di produzione del consenso? Averne la disponibilità definirebbe la cifra dei governanti nel sistema politico. Una volta partito il treno per alcuni, gli altri non potrebbero permettersi di essere da meno, e l’effetto domino condurrebbe a una frantumazione generale, del tutto funzionale al separatismo nordista. Sarebbe ora che le regioni – in specie del Sud – che si sono accodate alle tre di testa parlassero in chiaro, visto che la loro sopraggiunta richiesta di autonomia è richiamata in ogni momento dagli sfasciacarrozze dell’Italia unita.

Il modello Trentino genera dubbi e dissensi, e non è esportabile. Secondo i calcoli più attendibili sposterebbe un pacco di miliardi verso Lombardia e Veneto e – per l’invarianza di spesa – sottrarrebbe un pari importo alle risorse per l’istruzione nelle altre. Ma di sicuro non è solo una questione di soldi. Gli stessi docenti trentini segnalano come a fronte di limitati vantaggi economici, peraltro strettamente legati a un maggiore carico di lavoro, i docenti e l’intero sistema scolastico siano completamente sottoposti al potere politico locale. Abbiamo sempre sospettato – e scritto – che la firma di Bussetti sull’accordo e l’auto-qualificazione di Conte come garante dell’unità del paese valevano poco o nulla. Ma non serve recriminare. Conta sapere cosa il sindacato voglia fare ora per rispondere allo schiaffo. Soprattutto considerando che è inutile sbandierare rimedi non esperibili come il referendum abrogativo, inammissibile – per motivi diversi – sulla legge di approvazione delle intese e sui decreti del presidente del consiglio dei ministri attuativi della riforma.

È intollerabile che gli esponenti leghisti nel governo si comportino da attendenti o sguatteri di Zaia & co., e che quelli M5S li lascino fare. La visione di Bussetti è contraria alla Costituzione, minoritaria nel paese, e nel mondo della scuola trova una avversione netta e dichiarata. Il suo compito di ministro della Repubblica sarebbe, qualora ne fosse all’altezza, quello di «efficientare» la scuola mantenendone intatta la natura e l’organizzazione nazionale e unitaria.
Secondo un’antica teoria, la funzione crea l’organo. La querelle scientifica non ci interessa. Ma notiamo che per l’esperienza empirica almeno in qualche caso è l’organo che definisce la funzione.

Blocchiamo la Scuola del Patrimonio, un’infamia contro i professionisti della Cultura

Articolo pubblicato domenica 14 gennaio 2018 dal sito Mi riconosci.

Blocchiamo la Scuola del Patrimonio, un’infamia contro i professionisti della Cultura

Lo sapete tutti, hanno creato la Scuola del Patrimonio.

Di nascosto, in silenzio, in camere chiuse, a fine legislatura, esattamente come vi avevamo spiegato qui. Purtroppo hanno creato qualcosa di ancor peggiore, più superfluo, più dannoso di ogni immaginazione.

Hanno creato un “corso” (le virgolette sono d’obbligo), per cui si spenderanno 3,5 milioni di euro l’anno (si badi che per l’intero comparto della tutela sono stati stanziati 10 milioni). Con questo corso saranno scelti 18 individui, già in possesso di Scuola di Specializzazione e/o Dottorato, che avranno il grande onore di lavorare gratis un anno (ma si usa l’inglese internship a casaccio per dare un tono alla cosa), e di ricevere un altro ulteriore anno di formazione. A quale fine? Dalle informazioni a dir poco magmatiche contenute nel bando si capisce poco sia dei criteri di selezione sia della finalità di questa scuola. Si tratta di un “corso di perfezionamento di durata biennale e di standard internazionale che forma gli Allievi ai temi del patrimonio culturale e del turismo a livello internazionale con approccio multidisciplinare e associando insegnamenti di tipo teorico, attività seminariali ed esperienze dirette (internship) presso i nodi della rete dell’amministrazione del patrimonio e delle attività culturali e del turismo sul territorio nazionale, al fine di sviluppare le competenze necessarie alle funzioni direttive e dirigenziali entro strutture operanti nella tutela, gestione, valorizzazione e promozione dei beni e delle attività culturali e del turismo.”

Che vuol dire? Nulla.

A cosa serve, quindi? Solo esclusivamente ad avere 18 professionisti ultraspecializzati (si parla di persone con almeno 7-10 anni di studio e/o lavoro alle spalle) che lavorino gratis un anno, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, serve a creare un titolo di studio a caso, valutato moltissimo nei concorsi, per cooptare 18 persone permettendogli di scavalcare tutti gli altri. Perché ormai truccare i concorsi è sempre più difficile, si sa, quindi si truccano i criteri.

Un ultimo, disperato tentativo, da parte di una classe dirigente che sa di essere agli sgoccioli, di serrare i ranghi della professione solo ai ricchi, che si possono permettere altri due anni gratis dopo 10 anni di formazione. Un tentativo che fallirà, sotto la spinta di migliaia di professionisti dei beni culturali che esigono il riconoscimento dei loro titoli e delle loro competenze.

Possiamo aggiungere altro, ma per descrivere lo schifo rappresentato da questa operazione non basterebbe un libro. Già il fatto che sia un corso di formazione post-dottorato, dunque non spendibile né riconoscibile in nessun Paese estero, sarebbe sufficiente (ricordando che anche la Scuola di Specializzazione è un unicum italiano). Ma possiamo continuare con il limite d’età (fissato a 39 anni) del tutto ingiustificato e dunque illegale; o con il fatto che si tenga a Roma, ma i rimborsi esistano solo per 12 su 18, e dati sulla base dei “punteggi” e non del bisogno.

Poi dovremmo anche parlare della meravigliosa International School of Cultural Heritage, che dovrebbe essere attivata nel 2019 e non aperta a tutti, macché: solo a “allievi stranieri, selezionati in seguito ad accordi bilaterali fra l’Italia e un paese estero”. In questo caso il tentativo di cooptazione politica è ancora più evidente, neppure mascherato.

Lasciamo a voi le parole e gli insulti.

A noi ora interessa bloccare questa operazione.

Nel nostro articolo precedente avevamo enunciato 4 semplicissime richieste. Nessuna di queste è stata esaudita. Quindi voi, che avete deciso questo, ne pagherete, come ovvio, le conseguenze politiche.

Abbiamo bisogno di tutte e tutti voi per bloccare le operazioni del 2018 e far cancellare questa Scuola a partire dal prossimo anno. Procederemo con una mobilitazione su diversi piani, prima di denuncia pubblica, poi di boicottaggio, poi di proposta. Non possiamo né vogliamo descrivere qui tutto, perché vogliamo coglierli impreparati, dunque le attività di protesta saranno annunciate solo con poche ore d’anticipo.

Seguite la pagina, man mano spiegheremo dettagli, scriveteci se siete pronti a seguirci in questa operazione, attivate i vostri colleghi.

Quella Scuola non si farà. O se si farà, sarà talmente tanto svilita e odiata socialmente che nessun Governo venturo avrà il coraggio di valutarla nei concorsi.

Possiamo contare su di voi?

Dario Braga (Università di Bologna) – Atenei, ripartire da mobilità e job market

Articolo pubblicato mercoledì 29 novembre 2017 da Il Sole 24 Ore.

Atenei, ripartire da mobilità e job market

Quarant’anni persi forse no, ma quarant’anni di ritardo sì. La percezione di essere in ritardo traspare con chiarezza dai numerosi interventi nel forum aperto dal Sole 24 Ore sul tema dell’università. Gli argomenti trattati nel forum sono stati tanti. Non voglio nemmeno tentare di riassumere il pensiero di altri. Aggiungerò, perciò, solo qualche riflessione, in conclusione del dibattito che è stato autorevole e ricco di spunti.

Il “posto”

Il tema del “posto” – reclutamento e carriere e concorsi – è ovviamente tra quelli più discussi. Nei vari interventi si rafforza la consapevolezza che non è nei meccanismi concorsuali che sta la risposta alla esigenze di maggiore affidabilità del sistema di accesso all’università. L’etica viene spesso tirata in ballo, ma i richiami all’etica non evitano i comportamenti non-etici e nemmeno servono lacci e lacciuoli e norme progressivamente più soffocanti. Servono invece condizioni ambientali che rendano le cooptazioni sbagliate di qualche tribù universitaria (SSD) svantaggiose, controproducenti, dannose per il dipartimento o l’ateneo visti come insieme di singoli che, condividendo reputazione e risorse, vedono i propri interessi danneggiati da scelte mediocri o clientelari in settori anche lontani dal proprio. Una sorta di controllo sociale diffuso in cui la trasparenza è prerequisito. Gli anticorpi più potenti sono tuttavia mobilità e “job market”. Non ci può essere mobilità senza mercato e non ci può essere mercato senza la possibilità di negoziare con chi assume non solo il salario ma anche e soprattutto le condizioni di lavoro. Servono più ricercatori e più docenti, non c’è dubbio, ma cercare i migliori “sul mercato” nazionale e internazionale senza poter offrire condizioni attraenti e prospettive di crescita è uno sforzo vano. Siamo comunque in controtendenza. Una maggiore capacità negoziale implica maggiore autonomia mentre l’autonomia universitaria è proprio quella che è stata riassorbita in questi anni anche a causa di molte cattive gestioni del passato. Giusto quindi, a mio avviso, provare a ragionare in termini di “autonomia modulata” sulla base della capacità dimostrata di usare bene le risorse ricevute dallo Stato. Su questa base si può chiedere allo Stato maggiore fiducia nell’università ma bisogna accettare di essere valutati. E qui entra in gioco l’agenzia nazionale di valutazione, Anvur, richiamata più volte, criticata, elogiata, vituperata. La valutazione è uno strumento indispensabile di governo delle risorse ma va combattuto l’“accanimento parametrico” che iperburocratizza il lavoro docente, sfianca i più attivi, e offre ottimi argomenti ai detrattori della valutazione. Né va trascurato il fatto che la valutazione indirizza le scelte dei ricercatori. L’adattamento al requisito ai fini della carriera, o dei finanziamenti, può portare a scelte puramente opportunistiche che uccidono creatività e innovazione. Per questo è giusto ragionare anche in termini di valutazione ex-post ma stando attenti alla retroazione che nel nostro paese ha sempre tempi lunghi. Già ora è troppa la distanza tra scelte di governo e conseguenze di queste scelte. Chi sbaglia spesso non paga, argomento che ha fornito una motivazione oggettivamente forte alla riduzione progressiva degli spazi di autonomia dell’Università.

Il precariato

Altro macrotema è quello del precariato. Il concetto di precario è tutto nostrano e figlio della stessa sindrome del “posto” che affligge le carriere verticali dei docenti. Se si sta nello stesso laboratorio per anni e anni, radicandosi e mettendo su famiglia, con un contratto rinnovato periodicamente si diventa necessariamente “precari”. Se invece si usa il postdottorato per muoversi e fare esperienza ci si costruisce un CV e una propria personalità di ricercatore e studioso. Ma è un valore che può servire solo se c’è mercato del lavoro per la ricerca, appunto. La L240, introducendo i ricercatori a tempo determinato RTA (5 anni), RTB (3 anni) e le varie declinazioni ma senza meccanismi di incentivazione alla mobilità, ha de facto creato situazioni di “perpetua attesa” non di competizione positiva. Precari non si nasce, precari si diventa. C’è poi il dottorato di ricerca che da oltre trent’anni vive schizofrenico tra l’essere anticamera della carriera universitaria ed essere terzo livello di formazione. Le aspirazioni al “posto” sono naturali e non peculiari del sistema Italia, ma in nessun altro paese uno studente di PhD è considerato un “precario da sistemare” con rivendicazioni parasindacali che trovano sponda in organizzazioni e partiti. Dietro a questo c’è tanta ignoranza e un tantino di ipocrisia. D’altra parte non siamo forse il Paese in cui si diventa “dottori” con tre anni di università? Un po’ di confronto internazionale basterebbe, come dimostrano alcuni interventi nel forum, per capire perché al di là delle Alpi siamo “incomprensibili” e ben poco attraenti come luogo per venire a formarsi nella ricerca.

Razionalizzare ciò che abbiamo

Servono nuove risorse certamente, e tante, ma serve anche nuova razionalità nell’uso di quelle che abbiamo: dal rinnovo prioritario delle strumentazioni didattiche (troppi studenti apprendono dal “guardare e non toccare” oppure usando strumenti “vintage”), all’economia di scopo per laboratori didattici condivisi tra scuole superiori e università coinvolgendo dottorandi e postdoc in attività tutoriale (una vera formazione al lavoro), fino all’offerta formativa complementare definita su base regionale (non tutte le università devono insegnare tutto) in modo da evitare lo spezzatino delle risorse e sgonfiare la pressione su alcune sedi. Giusto chiedere aumenti e scatti ma ancor più giusto è mettere i decisori davanti alla responsabilità del rilancio della formazione basata sulla ricerca perché all’università, a differenza degli altri livelli della scuola, si fa ricerca. Incidentalmente, questo rilancio potrebbe anche richiedere che Università e ricerca e trasferimento tecnologico tornassero ad avere un Ministero ad hoc come interlocutore diretto. Il forum lo ha dimostrato: le idee per portare l’università italiana fuori dalla “buca di potenziale” in cui si trova non mancano, né le energie. Ma si avvicinano le elezioni. Fatta salva qualche operazione clientelare o qualche promessa populista poco verrà fatto di concreto. Anche se può far stare meglio la gente, creare posti di lavoro e risolvere tanti problemi di un mondo che cambia, lo studio e la ricerca non portano voti.

Francesco Coniglione (Università di Catania) – La disgregazione del legame sociale

Articolo pubblicato sabato 7 ottobre 2017 sul sito di Filosofia in movimento.

La disgregazione del legame sociale

I concorrenti a qualsivoglia incarico o selezione non accettano i giudizi delle commissioni; i parenti del paziente che muore sotto i ferri, immediatamente fan causa ai medici per la loro imperizia, al punto che si è sviluppata un vero e proprio ramo assicurativo, la “medicina difensiva”; chi perde una causa se la prende coll’avvocato che lo difende; i genitori dei ragazzi bocciati a scuola mettono sotto accusa i docenti; chi viene bocciato in un concorso universitario, immediatamente evoca una combine di baroni. E tutti, se possono, fanno ricorso al TAR, che spesso si mostra assai ben disposto a riconoscere le ragioni dei presunti maltrattati.

Si assiste a un sempre più endemico diffondersi di comportamenti analoghi. In passato questo comportamento non era così diffuso. Cosa è cambiato allora, in cosa la società si è modificata per dare luogo a questa micro-conflittualità così diffusa e pervasiva?

Prendiamo il caso più eclatante: una volta il paziente si affidava fiducioso alle cure del proprio medico, consapevole che questo avrebbe fatto tutto il possibile per curarlo. E quando entrava in ospedale, non pensava che i medici fossero lì riuniti per mandarlo all’altro mondo, ma che agivano al meglio delle loro possibilità, in scienza e coscienza, per rimetterlo in sesto. Certo, poteva scapparci il morto, l’operazione poteva andar male, l’imperscrutabilità del caso poteva metterci il proprio zampino. Ma questo rientrava a pieno titolo nella contingenza delle cose umane, nella imperfezione degli eventi, nella possibile fatalità delle circostanze, nell’inevitabile margine di errore che è proprio di ogni cosa posta in atto dalla normale umanità, non dai marziani. A contare di più era la consapevolezza di aver ricevuto una assistenza umana, di essere stati trattati non come pazienti affetti da un morbo da curare, ma come uomini di cui ci si prende cura nell’integralità del loro essere, avendo rispetto per i loro sentimenti, la loro personalità, con il senso di affetto che deriva da una famiglia che può in qualche modo compartecipare alla cura e dei medici che non lo vedono come un “paziente”, solo un numero su una cartella, ma un umano sofferente nella totalità del suo essere. E anche la morte, in questo caso, non si accompagna con quel senso di disperante solitudine di chi si vede abbandono in un letto, in una camera dalle pareti bianchi di un freddo, anche se efficiente ospedale.

Lo stesso avveniva nelle varie prove che si dovevano superare nel corso della vita (concorsi, esami, giudizi): si metteva in conto il raccomandato e il fatto che la commissione era fatta da persone che potavano azzeccare o sbagliare il giudizio, ma il più delle volte i bocciati non pensavano di essere i più bravi che ingiustamente erano stati scartati a favore di persone che erano tutte più asini. Il più delle volte si era consapevoli di non avercela fatta, di aver sbagliato la prova, di essere stati impari al compito o semplicemente di essere stati sfortunati. E così avveniva a scuola: il bocciato non era la vittima di una sadica pratica educativa, ma era tale perché immeritevole, perché non aveva studiato; e le famiglie non davano la colpa ai docenti, ma al proprio figlio che si era poco applicato e magari lo prendevano a ceffoni affinché si mettesse sulla giusta via.

Ma il fatto che oggi tali meccanismi non funzionino più così è il sintomo di ciò che si potrebbe definire la progressiva disintegrazione del legame sociale, ovvero il decadimento della solidarietà tra le diverse parti che funzionalmente compongono la società. In ogni sistema complesso, in ogni società, v’è una interconnessione tale per cui ciascuna sua parte si affida al funzionamento dell’insieme. Si può dire che senza questa fiducia, senza questa solida e tacita base, mai messa in discussione, non si potrebbe nemmeno articolare la vita sociale. Certo esistono i conflitti, ma questi possono avvenire solo nella misura in cui ci si affida ad altri: ai propri compagni; ai componenti del proprio gruppo, della propria famiglia, della propria comunità; e nel momento in cui scoppiano con violenza, tendono poi a ricomporre un nuovo equilibrio, una nuova forma di solidarietà. E così, per continuare nel nostro esempio, accade che il paziente ha fiducia nel medico ritenendolo portatore di una conoscenza certificata da una università in cui i docenti hanno fatto il proprio meglio per trasmettergli la capacità di utilizzare le terapie migliori. Ma quando si viene a spezzare questo legame di fiducia, si diffida della conoscenza di cui il medico è garante, si nutre un profondo discredito dell’università che gli ha conferito il titolo, non si pensa che questa raccomandi le terapie migliori. Ed ecco allora il ricorso ai guaritori, alle medicine alternative, ai centri di cura eterodossi. Lo stesso avviene negli altri campi: il proprio ragazzo è bocciato? Sono i docenti ad essere incompetenti, e l’università che li ha formati non li ha saputo preparare, perché i suoi docenti sono dei fannulloni dediti solo ad ordire trame concorsuali. E così via.

Si viene così pian piano a logorare quel reciproco inconsapevole affidarsi, che è al tempo stesso un complessivo avallo del sistema sociale e dei processi di formazione, selezione e valutazione messi in atto dall’organizzazione complessiva di uno stato e dalle sue articolazioni territoriali e istituzionali. Ciascuno diffida del proprio prossimo e della qualifica, della competenza, della moralità di cui è portatore; e alla prima occasione, appena in qualche modo ritiene di essere stato danneggiato, è pronto a fare ricorso all’autorità giudiziaria. E sempre più spesso v’è qualcuno che si ritiene danneggiato: lo sono per definizione tutti i bocciati, gli esclusi, gli emarginati. In questo clima ha una funzione di ulteriore disgregazione la martellante campagna di diffusione dell’odio sociale che si esprime continuamente in vari ambiti: immigrati contro residenti; immigrati di seconda generazione contro quelli appena arrivati; assegnatari di case popolari contro gli abusivi; cittadini stanziali contro zingari; regioni contro altre, persino juventini contro interisti. Eppure tutto ciò non porta al conflitto aperto, alla crisi che poi è foriera di un riassetto del legame sociale su nuove base, a una “lotta di classe” che permette di ristabilire diversi equilibri. No, si ha un progressivo, lento, sterile e privo di prospettive deteriorarsi del legame sociale, alla cui fine restano solo le macerie.

Non è la prima volta nella storia che accadono fenomeni simili; e ogni volta o la società ha ritrovato in sé la forza di rinsaldare il legame sociale, oppure è andata incontro a un processo di progressivo sfaldamento che non l’ha posta in grado di reggere le sfide del futuro. È stata la condizione tipica dell’impero romano nel periodo della sua decadenza, quando non bastava la moltiplicazione delle norme e dei regolamenti a rimettere in piedi un organismo in disfacimento; è stata la condizione dell’Ancien Régime, in Francia, come nella Russia zarista e poi in quella sovietica. Sembra anche la condizione dell’Europa d’oggi, nella quale un singolare ruolo di avanguardia sembra stia avendo proprio l’Italia.

 

Fabio Matarazzo – L’Università fra abilitazioni, concorsi e trasparenza: la ricetta è la cultura del “community watch”

Articolo pubblicato martedì 3 ottobre 2017.

L’Università fra abilitazioni, concorsi e trasparenza: la ricetta è la cultura del “community watch”

Come di consueto, Fabio Matarazzo svolge alcune assai opportune puntualizzazioni in punta di diritto per riportare alla realtà ordinamentale le ricette circolate all’indomani della “abilitopoli” deflagrata a Firenze che ha interessato il SSD del diritto tributario italiano. Lo fa evocando la giurisprudenza amministrativa e costituzionale che pare precludere la realizzabilità di idee fondate sulla partecipazione di esterni all’accademia nelle procedure concorsuali o la verifica ex post del candidato selezionato dalla procedura concorsuale. Il messaggio di fondo è chiaro: “ciò che non possono le regole e i criteri astratti, possono gli uomini. È solo a loro, a mio giudizio, che è lecito ed utile affidarsi. Alla consapevolezza e alla coscienza dei commissari, restituiti alla responsabilità di una decisione che non può essere mistificata con riferimenti a strumentazioni oggettive che ne travisino la faccia; restituiti, con la riconsiderazione del loro ‘status’, alla dignità di una funzione tra le più elevate e proficue per la società; sensibili dunque alla necessità di quell’equilibrio tra le varie esigenze che (…) i maestri di un tempo hanno sempre ricercato e trovato (…) Soltanto nell’osservazione continua da parte dei ‘pari’ dei comportamenti degli appartenenti alla comunità, potrà aversi quel controllo effettivo, e di indiscutibile autorevolezza, in grado di scoraggiare, pena una generalizzata disistima e discriminazione, comportamenti miserevoli e miserabili”.

Puoi continuare a leggere l’articolo sul sito di Roars.

 

Giliberto Capano (Università di Bologna): «Salviamo le nostre università. Per i concorsi non bastano le regole»

Articolo di Donatella Barbetta pubblicato martedì 3 ottobre 2017 da il Resto del Carlino Bologna.

«Salviamo le nostre università. Per i concorsi non bastano le regole»

Capano: «Gli accademici hanno continuato a guardare a logiche di potere interno»

Non è un mistero che l’università italiana sia in difficoltà, almeno in relazione ai canali d’accesso. E c’è chi per affrontare la crisi degli atenei e del loro ruolo culturale, economico e civile ha scritto un libro dal titolo `Salvare l’università italiana’ per i tipi de il Mulino. Giliberto Capano, professore dell’Alma Mater, studioso di politiche pubbliche, è uno degli autori, insieme a Marino Regini e Matteo Turri.

Professor Capano l’università sta tanto male da dover essere salvata?

«Il titolo è un po’ provocatorio. Però lo stato di salute è ambivalente: l’università produce ottima ricerca, ma ha problemi per la didattica e la terza missione».

Quali sono?

«Partiamo dalla didattica. L’Unione europea nel 2010 ha stabilito, come obiettivo per il 2020, che il 40% dei cittadini tra i 33 e i 34 anni dovesse avere un diploma di laurea. L’Italia arriva appena al 26%, mentre la media europea è al 38% e supererà il 40% come previsto. Noi siamo gli ultimi tra i 28 Paesi, sotto la Romania».

Un dato non lusinghiero.

«E’ un numero che ci fa capire che non bisogna guardare solo a livello locale, ma al sistema. L’altra criticità è rappresentata dalla terza missione, l’insieme di attività mediante le quali le università vengono coinvolte nello sviluppo socio-economico dei territori di riferimento: questo rapporto non è stato sviluppato da un numero significativo di atenei italiani».

Di chi è la colpa?

«I protagonisti sono tre. La politica, perché i governi hanno prodotto scelte sulle università disegnate male; gli accademici, che hanno continuato a guardare più a logiche di potere interno che a prendere decisioni di tipo strategico per lo sviluppo; infine, le parole: merito, eccellenza, competizione sono state usate nel dibattito pubblico in modo ideologico».

Quali soluzioni ci sono?Diritto

«Investire sulla didattica, dare più risorse finanziarie al diritto allo studio e governi che concordino con le università gli obiettivi da perseguire».

E nessuna attenzione per la selezione dei docenti?

«L’Italia le ha provate tutte, dal 1861 ha cambiato tredici sistemi concorsuali: prove locali, abilitazioni, commissari stranieri… Ma non hanno funzionato perché non sono le regole che fanno la differenza, ma la dinamica complessiva del sistema universitario che può favorire comportamenti virtuosi o viziosi».

 

Stefano Pivato (Università di Urbino): «I baroni esercitano il potere nei concorsi. Contratti rinnovati in base ai risultati»

Articolo di Nino Materi pubblicato sabato 30 settembre 2017 da Il Giornale.

«I baroni esercitano il potere nei concorsi. Contratti rinnovati in base ai risultati»

L’ex rettore dell’Università di Urbino: «Gli arresti dei docenti una pagina buia per il Paese. I professori? Sono assillati dall’autoreferenzalità»

Stefano Pivato, storico e saggista, già rettore dell’Università degli Studi di Urbino «Carlo Bo», è amareggiato da quanto sta accadendo nel mondo universitario. Nepotismo e corruzione ben saldi in cattedra. Realtà che il professor Pivato denuncia da anni: in maniera seria, ma anche senza rinunciare al sarcasmo come dimostra il successo del suo pamphlet Al limite della docenza (Donzelli Editore) che traccia la tragicomica «piccola antologia del professore universitario».

Il titolo del suo libro è «Al limite della docenza», ma voleva intendere «decenza».

«Infatti molti miei colleghi si comportano in maniera indecente».

Si riferisce a quelli inquisiti a Firenze e denunciati in mezza Italia?

«Per la prima volta dei docenti sono stati arrestati. È un giorno davvero buio per il mondo accademico».

Ma lei lo va ripetendo da anni che il sistema era marcio.

«Ma nessuno ha mai avuto la forza, o la voglia, per cambiarlo».

I professori finiti agli arresti domiciliari sono accusati di aver taroccato i concorsi per favorire i propri «protetti».

«Per rettori e professori i concorsi rappresentano un modo per esercitare il proprio potere».

Lei propone una soluzione radicale: abolire i concorsi.

«Certo. Un docente deve essere preso in prova in base alla validità del proprio curriculum. Poi, se dimostra di valere, gli si deve rinnovare il contratto. Altrimenti va a casa».

Invece cosa accade?

«Accade che in cattedra finiscono i raccomandati».

Com’è possibile che questo avvenga con tanta spudoratezza?

«Sono le stesse leggi che consentono a rettori e professori di comportarsi da monarchi assoluti».

Il ministro dell’istruzione, Valeria Fedeli, insieme con il presidente dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone, hanno annunciato un codice deontologico «blocca raccomandazioni».

«Povero il Paese che impone l’onesta attraverso un codice deontologico. L’onestà dovrebbe essere patrimonio comune e soprattutto di chi ha il ruolo di educare la classe dirigente del futuro».

Lei i «baroni» si diverte a prenderli in giro.

«Sì. Di loro conosco bene tic e manie».

Ce ne racconti qualcuno.

«Ad esempio sono assillati dall’autoreferenzialità. Se un professore incontra un collega non gli chiede “Come stai?”, ma “Come sto?”».

I «baroni» pensano di essere l’ombelico del mondo?

«Vivono in funzione degli status symbol».

Che sarebbero?

«Avere la stanza più grande di quella del collega. La dimensione della camera è l’indice del livello di carriera».

Tipo la poltrona in pelle umana e l’acquario con gli impiegati nei film di Fantozzi.

«Proprio così. Anche se nel “corpo docente” di ironia ne circola ben poca».

Altre «fisime» accademiche?

«I baroni godono particolarmente nel pronunciare alcune frasi».

Un esempio?

«“Hai visto quanti studenti hanno seguito la mia lezione? L’aula era zeppa”».

Beh, non c’è nulla di male.

«Il problema è che lo dicono anche quando in aula ci sono solo quattro gatti».