Andrea Graziosi (Università Federico II di Napoli) – Atenei, l’arte di valutare

Articolo pubblicato venerdì 19 gennaio 2018 da la Repubblica.

Atenei, l’arte di valutare

Caro direttore, le pubblicazioni di chi è assunto o promosso nelle università sono di circa il 25% migliori di quelle dei docenti in servizio, e di quasi il 30% nel meridione. È il dato che mi rasserena quando penso ai miei anni all’Agenzia per la valutazione dell’università e della ricerca (Anvur). Sapevo che la valutazione non è democratica né popolare: almeno la metà dei valutati è scontenta per definizione. Essa è stata inoltre introdotta al culmine della crisi e ha coinciso con una ristrutturazione dolorosa del sistema universitario, che ha avuto un esito positivo tutt’altro che scontato, testimoniato da vari fattori: la mancata ripetizione di ondate di assunzioni straordinarie che penalizzavano i bravi studiosi maturati dopo di esse; l’introduzione di un sistema di accreditamento che permette il riconoscimento dei titoli italiani nell’Unione europea; l’accresciuto valore delle pubblicazioni nelle scienze naturali, per cui valgono i confronti internazionali; e la migliore prova degli atenei meridionali alla Valutazione della ricerca (Vqr) del 2011-14 rispetto alla prima del 2004-2010.
L’Università ha quindi fatto, in condizioni difficili, uno sforzo di risanamento che andrebbe riconosciuto, anche attribuendole nuove risorse. Non tutto va bene: vi sono ambienti piagati da comportamenti odiosi e atenei che soffrono per ragioni geografiche o demografiche che la politica deve affrontare. C’è bisogno di premiare non solo i migliori, ma anche chi migliora di più, nel Meridione ma non solo. E le discipline umanistiche e giuridiche soffrono di una crisi legata al declino delle culture nazionali europee e dell’Europa: malgrado eccezioni, esse stentano ad aprirsi al mondo rimettendo in gioco le proprie tradizioni, come dimostrano le polemiche sull’uso dell’inglese nei progetti. Anche la valutazione ha le sue difficoltà: giurisprudenza e architettura hanno per esempio specificità che richiedono soluzioni adeguate ancorché ispirate ad apertura e merito e una classificazione delle discipline insoddisfacente ci impedisce di parlare col mondo e crea problemi nella valutazione di insiemi disomogenei.
Ma se la politica non cambierà direzione, una battaglia importante è stata vinta grazie a buone leggi come la Gelmini o quella che ha introdotto il “tre più due”, il nome sbagliato dato a due cicli distinti: oggi circa il 50% degli studenti va sul mercato del lavoro dopo il triennio, e più di un terzo di chi si iscrive al biennio lo fa in una università diversa da quella in cui si è laureato: una mobilità che apre nuove prospettive agli atenei e al paese. Ha però contato anche la buona amministrazione, quella del ministero e quella di tante università, voluta da una nuova generazione di rettori. Si deve a loro – e ai docenti che li hanno sostenuti – se oggi il discorso egemone nelle nostre università è incardinato su merito, apertura internazionale e rigore. Un ruolo lo avuto anche l’Anvur. Gli errori non sono mancati, ma accanto a critiche utili sono fioriti miti ripresi anche su Repubblica. Un organismo con 15 dipendenti, tre dirigenti e circa sei milioni di euro di bilancio, che obbedisce alle norme, sarebbe il centro oscuro di un potere immenso. Per due Vqr costate complessivamente 20-25 milioni di euro ne sarebbero stati spesi centinaia. La valutazione sarebbe responsabile di uno sgranamento del sistema universitario avvenuto in realtà prima della sua introduzione. E si grida perché in graduatorie fatte non per distribuire fondi ma per conoscere la realtà, università poco note risultano talvolta davanti a grandi atenei, come se l’Anvur non avesse spiegato perché quella graduatoria “non deve essere impiegata in nessuna circostanza per rappresentare la reale posizione di un Ateneo”.
Ma se il nucleo universitario, indispensabile alla nostra civiltà, dell’istruzione terziaria è stato messo in sicurezza, l’istruzione terziaria resta sottosviluppata perché poco differenziata. Abbiamo buoni atenei che formano buoni laureati, ma i dottorati di ricerca hanno bisogno di più attenzione e ci mancano le 2-3 università di prestigio internazionale che l’Italia merita. Soprattutto, come dimostrano le statistiche sul nostro basso numero di laureati, spesso citate a sproposito perché molti “laureati” degli altri paesi hanno anni di scolarità vicini a quelli dei nostri diplomati, non abbiamo l’istruzione terziaria professionale di cui c’è bisogno, un’esigenza che le università possono soddisfare solo in parte, se non vogliamo snaturarne missione e qualità, e che solo la politica può risolvere.