Perché rivendicare la gratuità dell’istruzione universitaria

Articolo di Alessandro Brizzi pubblicato martedì 16 gennaio 2018 dal sito di Le parole e le cose.

Perché rivendicare la gratuità dell’istruzione universitaria

Nel 1875, nella sua celebre Critica del programma di Gotha, Marx prendeva in esame le proposte approvate dal congresso fondativo del Partito socialista dei lavoratori, largamente ispirate alle posizioni di Ferdinand Lassalle. Il programma di Gotha prevedeva, tra i principali obiettivi del nuovo partito operaio, l’«educazione popolare generale ed uguale per tutti per opera dello Stato», l’«istruzione generale obbligatoria» e l’«insegnamento gratuito». Notava Marx che l’istruzione generale obbligatoria esisteva già in Germania, così come l’insegnamento gratuito era garantito in Svizzera e nelle scuole elementari statunitensi. Inoltre, chiosava, «se in alcuni Stati dell’America del Nord anche gli istituti di istruzione superiore sono “gratuiti”, in linea di fatto ciò significa soltanto che si sopperisce alle spese per l’educazione delle classi dirigenti coi mezzi forniti in generale dalle imposte»[1].

Ricordare un brano di Marx del 1875 in riferimento al dibattito odierno sull’abolizione delle tasse universitarie può sembrare un esercizio ozioso, da confinare al tempo dei dibattiti novecenteschi sui «testi sacri» del movimento comunista. Eppure il recupero in tempi recenti di questa annotazione – tutt’altro che secondaria – non si deve ai reduci delle formazioni marxiste-leniniste, ma alla rivista «Forbes», che nel settembre 2017 ha ospitato un articolo intitolato Karl Marx Was Right. L’autore, l’economista Richard Vedder, sostiene di ritrovare in Marx una lucida visione dell’istruzione superiore come bene privato e individuale, di cui beneficiano soprattutto le classi superiori. Di qui la tesi: poiché ancora nel 2017 sono ancora i più ricchi a frequentare le università, l’accesso gratuito consentirebbe loro di scaricare i costi della propria formazione sulla fiscalità generale, dunque sulle classi medio-basse[2].

L’articolo di «Forbes» non viene dal nulla, ma si inserisce nel dibattito sulla gratuità dell’istruzione superiore, che almeno nel mondo anglofono si è da poco ravvivato. La prima mossa è stata la proposta di abolire i tuition fees negli Stati Uniti, avanzata da Bernie Sanders durante le primarie del Partito democratico[3]. A Sanders è seguito dopo pochi mesi il Labour di Jeremy Corbyn, che ha fatto del tema uno dei cardini della sua campagna elettorale, in un paese in cui il problema dell’accesso all’università e dell’indebitamento degli studenti è particolarmente sentito[4]. Se si aggiunge che l’università gratuita è uno dei punti del programma della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, si può stabilire un nesso tra questa proposta e l’emergere di un’opzione genericamente «neosocialista» negli ultimi appuntamenti elettorali di alcuni paesi a capitalismo avanzato. Come mai, dunque, lo spettro di Marx si trova schierato con Vedder – e contro Sanders, Corbyn e Mélenchon – sulla questione dell’istruzione gratuita? La questione sarebbe di scarso interesse, ma si potrebbe riformulare la domanda in termini più adatti al dibattito recente, nelle sue varie declinazioni: se l’abolizione delle rette sia una proposta «di sinistra», se sia «giusta» o, meno vagamente, se vada a vantaggio dei ceti più ricchi, a sostegno delle classi medie o verso l’emancipazione degli sfruttati.

Forse non è così rilevante stabilire se l’università gratuita sia una proposta o meno di sinistra, ma conviene almeno delineare la sua evoluzione storica. Nello stesso anno in cui Marx scriveva, infatti, negli Stati Uniti ottenevano la laurea circa 12mila cittadini, su una popolazione totale di poco inferiore ai 50 milioni[5]: il quadro, rispetto ad allora, è del tutto diverso. In questa sede sarebbe impossibile ripercorrere gli enormi cambiamenti tra il 1875 e oggi, connessi all’innovazione tecnologica e al cambiamento dei processi produttivi, o alla scolarizzazione di massa, o ancora agli stravolgimenti politici del «secolo breve», alle rivoluzioni e all’edificazione del welfare State nei paesi occidentali. Bastino allora tre istantanee. Unione Sovietica, 1936: nella nuova Costituzione dell’era staliniana l’articolo 121 stabilisce che «i cittadini dell’URSS hanno diritto all’istruzione» e che tale diritto è garantito, tra l’altro, dal fatto che «l’istruzione, inclusa l’istruzione superiore, sia priva di costi»[6]. (Inutile precisare che la preoccupazione dello Stato sovietico non è la cultura intesa come fattore di emancipazione, ma la capacità di fornire quadri e tecnici alla politica di piano). Germania, 1959: nel programma di Bad Godesberg, tra i documenti fondanti della socialdemocrazia novecentesca, si scrive che «la frequenza di tutte le scuole e università pubbliche deve essere gratuita»[7]. Pisa, 1967: nella piattaforma programmatica delle Tesi della Sapienza, uno dei testi principali del ’68 italiano, si esige l’«abolizione di ogni tipo di tassa o tributo» per l’università[8].

Si potrà obiettare che l’accostamento tra questi testi è arbitrario e non dimostra nulla. Tuttavia, mi sembra significativo ritrovare il tema dell’università gratuita in un documento cardine del «socialismo reale», poi nel programma di un partito decisamente anticomunista come la SPD e, infine, tra le rivendicazioni di movimento studentesco ostile alla socialdemocrazia e a ogni tentativo di programmazione. Partiti e movimenti dichiaratamente nemici, catalogabili sotto l’etichetta della «sinistra» solo a costo di anacronismi e forzature, eppure tutti votati – almeno a parole – all’emancipazione delle classi subalterne. Per farla breve, l’obiettivo (finale, strategico, tattico che fosse) della gratuità dell’istruzione non è stato messo in discussione da intere generazioni militanti della sinistra comunista, socialdemocratica o della «nuova sinistra». Diverse, o diversamente pesate, erano le motivazioni, che andavano dall’insistenza sulle necessità dello Stato – formazione della classe dirigente e della burocrazia – all’attenzione alle domande sociali di masse sempre più scolarizzate.

È dall’insieme di queste esigenze (interesse degli Stati e pressioni sociali), spesso accelerate dai processi di terziarizzazione del lavoro, che deriva l’attuale assetto del sistema dell’istruzione superiore in paesi come Svezia, Danimarca, Scozia, Finlandia e Norvegia. Nelle socialdemocrazie nordeuropee – come evidenzia il rapporto Eurydice – la maggior parte degli studenti universitari sono esentati dal pagamento delle rette e godono di un buon sistema di diritto allo studio per la copertura delle spese di vitto, alloggio e trasporto[9]. Il paese paragonato più spesso all’Italia è la Germania, dove l’abolizione delle rette è stata gradualmente sperimentata dai Länder[10]. Il semplice confronto tra l’Italia e gli altri paesi OCSE evidenzia dunque, prima di tutto, un dato storico: si tratta di un caso abbastanza clamoroso di incapacità di gestire politicamente l’università di massa.

Questa incapacità, dopo il 2008-10, è precipitata in una forma di governo della crisi particolarmente feroce verso i servizi pubblici e il welfare State. Un aspetto fondamentale delle politiche di austerità è stato proprio il raccordo con le forme più avanzate della governance neoliberista, la cui cifra sta proprio nell’abbattimento del carattere universale dello Stato sociale e nella ridefinizione del servizio pubblico come prestazione all’individuo (rigorosamente a pagamento). Non è quindi un caso che in Europa, dopo il Regno Unito (e, per motivi diversi, i Paesi Bassi e la Spagna), le tasse universitarie più alte si ritrovino in Italia[11]. Nel nostro paese, però, si aggiungono due fattori. In primo luogo, la totale insufficienza del sistema del diritto allo studio che, nonostante l’approvazione di alcune leggi piuttosto avanzate nelle regioni governate dal centrosinistra, sollecitata dai movimenti e dai sindacati studenteschi, è strozzato dai vincoli di bilancio. Ne risulta una copertura del tutto insufficiente (il 9% degli studenti) e l’emersione della figura dei cosiddetti «idonei non beneficiari»[12]. D’altronde, la totale assenza di finanziamenti è lo stesso destino riservato a due diritti fondamentali – e direttamente connessi a quello allo studio – come il diritto all’abitare (del tutto inesistente in Italia) e il diritto alla città.

In secondo luogo, è da osservare la relazione diretta tra la diminuzione del finanziamento dell’università e l’aumento della contribuzione studentesca. Il fenomeno ha assunto dimensioni talmente rilevanti che quando l’importo totale della contribuzione studentesca si è avvicinato al tetto (stabilito per legge) del 20% del Fondo di finanziamento ordinario (FFO, cioè i fondi statali), il governo Monti ha consentito di «spremere» ulteriormente i fuori corso[13]. Questo dato è essenziale, perché rivela un’evoluzione che chi si oppone all’abolizione delle rette tende a nascondere: le università si sono sempre rette per la maggior parte sulla fiscalità generale. Solo da un certo punto, di fronte ai tagli, la contribuzione studentesca ha assunto tutta questa importanza. Lo dimostra il fatto che, quando il governo ha approvato la no tax area fino a un ISEE di 13mila euro – a fronte delle richieste delle organizzazioni studentesche di estenderla fino ai 30mila euro, esentando dunque la maggior parte degli studenti – si è aperto un buco, stimato intorno ai 55 milioni, che solo l’aumento del FFO (e quindi il ricorso alla fiscalità generale) potrebbe colmare[14].

Il problema dell’aumento dei finanziamenti si è quindi già posto. L’aumento della fascia degli esentati dalle rette e il potenziamento del diritto allo studio, riconosciuti anche da coloro che hanno limitato o criticato la proposta di Liberi e Uguali[15], chiama già in causa il tema della fiscalità generale. Non si può quindi immaginare che l’abolizione delle rette universitarie avvenga ceteris paribus, ovvero con l’attuale sistema di tassazione, sempre più vicino al polo della proporzionalità che a quello della progressività. È indicativo che Claudia Pratelli, responsabile Scuola di Sinistra Italiana, abbia dovuto specificare che il provvedimento a) sarebbe accompagnato dal potenziamento del diritto allo studio e dall’aumento del finanziamento dell’università, e soprattutto b) richiederebbe una ridefinizione in senso progressivo della tassazione dei redditi e della tassa regionale per il diritto allo studio[16]. Dopo anni e anni di egemonia del discorso neoliberista, ai socialdemocratici si chiede di dire l’ovvio: o lo Stato si regge sulla fiscalità progressiva (magari accompagnata da una patrimoniale), o non è Stato «sociale».

Si può obiettare che non si può volere tutto e subito. Eppure questo argomento non solo si scontra con un rifiuto (fortunatamente) sempre più netto e diffuso delle logiche compatibiliste, ma anche con il buon senso politico, riformista (e post-keynesiano) di fronte a una situazione che presenta un carattere emergenziale ben più valido di quello che ha giustificato, in questi anni, la socializzazione delle perdite delle banche e le regalie alle imprese. Di fronte a un 18% di laureati e alla presenza di numerose barriere all’ingresso, chiedere tutto e subito è giusto e necessario. Chi segue coerentemente la logica dell’austerità, una volta al governo, non può fare altro che rimuovere qualche ostacolo con una mano e tagliare con l’altra. Chi segue Vedder e l’ideologia neoliberista, secondo cui il sistema dell’università statale è di per sé classista, allora riterrà che la privatizzazione e la concorrenza siano l’unica soluzione. Chi, come Marx più di cento anni fa, e tutti i movimenti fino a oggi, riconosce che l’attuale sistema è classista e si impegna per cambiarlo, deve inalberare la bandiera dell’istruzione gratuita.

[1] Karl Marx, Critica del Programma di Gotha, 1975, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/cpg-cp.htm

[2] Richard Vedder, Karl Marx Was Right, sul sito di «Forbes», 1 settembre 2017, https://www.forbes.com/sites/ccap/2017/09/01/karl-marx-was-right/#526a4371fe6b

[3] It’s Time to Make College Tuition Free and Debt Free, sul sito della campagna di Sanders, https://berniesanders.com/issues/its-time-to-make-college-tuition-free-and-debt-free/

[4] Towards a National Education Service, sul Manifesto del Labour, https://labour.org.uk/manifesto/education/#fourth

[5]US Census, https://www2.census.gov/library/publications/1975/compendia/hist_stats_colonial-1970/hist_stats_colonial-1970p1-chH.pdf

[6] Legge fondamentale dell’URSS (1936), https://www.marxists.org/reference/archive/stalin/works/1936/12/05.htm

[7] «Der Besuch aller öffentlichen Schulen und Hochschulen muß kostenlos sein», da Programma di Bad Godesberg(1959), https://web.archive.org/web/20140723181855/http:/www.hdg.de/lemo/html/dokumente/DieZuspitzungDesKaltenKrieges_programmGodesbergerProgramm/

[8]Le Tesi della Sapienza. Pisa, 7-11 febbraio 1967, Pisa University Press, 2017, p. 21.

[9]Angelo Romano, Accesso, tasse universitarie e sostegno agli studenti: siamo il paese peggiore dove studiare, su «Valigia blu», https://www.valigiablu.it/italia-europa-tasse-universita/

[10]  La questione ha poi assunto un rilievo costituzionale, quando gli ultimi governi socialdemocratici hanno provato a estendere il provvedimento all’intero territorio nazionale. Cfr. Alberto Magnani, Perché in Germania si può studiare (quasi) gratis, sul sito di «Il Sole 24 Ore», 9 gennaio 2018, http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-01-08/perche-in-germania-si-puo-studiare-quasi-gratis-104928.shtml?uuid=AE2NAodD e Philip Oltermann, Germany axed tuition fees – but is it working out?, «The Guardian», 4 giugno 2016, https://www.theguardian.com/world/2016/jun/04/tuition-fees-germany-higher-education

[11] Abolire le tasse universitarie si può? Ecco cosa dicono i numeri e i confronti internazionali, su «ROARS», 8 gennaio 2018, https://www.roars.it/online/abolire-le-tasse-universitarie-si-puo-ecco-cosa-dicono-i-numeri-e-i-confronti-internazionali/

[12]Link Coordinamento universitario, Basta con la vergogna italiana dell’idoneo non beneficiario alla borsa di studio!http://linkcoordinamentouniversitario.it/basta-con-la-vergogna-italiana-dellidoneo-non-beneficiario-alla-borsa-di-studio/

[13] Federica Laudisia, Come cambia la contribuzione studentesca nella revisione della spesa, su «ROARS», 18 ottobre 2012, https://www.roars.it/online/come-cambia-la-contribuzione-studentesca-nella-revisione-della-spesa-2/

[14] Francesca Barbieri, Università, un terzo degli studenti esentati dal pagamento delle tasse, sul sito di «Il Sole 24 Ore», 4 dicembre 2017, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-12-02/tasse-all-universita-esclusi-600mila-studenti-172644.shtml?uuid=AE67G0KD

[15]Vede la proposta con simpatia Gianfranco Viesti, A chi tocca il costo della nostra università, rivista «il Mulino» on line, 8 gennaio 2008, https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4215 e la critica, proponendo il finanziamento del diritto allo studio, Marco Bollettino, Università per tutti: perché la proposta di Grasso non funziona, su «Strade», 10 gennaio 2018, http://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/3248-universita-per-tutti-perche-la-proposta-di-grasso-non-funziona

[16] Claudia Pratelli, Università gratuita: che vuole dire, perché e giusto, perché fa scandalo?, su «Huffington Post», 8 gennaio 2018, http://www.huffingtonpost.it/claudia-pratelli/universita-gratuita-che-vuole-dire-perche-e-giusto-perche-fa-scandalo_a_23327034/

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